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Novembre 2017

Ultimo Aggiornamento: 23/11/2017 07.48
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Martedì 21 novembre 2017 – XXXIII Settimana del Tempo Ordinario

Presentazione della Beata Vergine Maria (m)

DALLA PAROLA DEL GIORNO

«Gesù entrò nella città di Gerico e la stava attraversando, quand’ecco un uomo, di nome Zacchèo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro, perché doveva passare di là. Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e disse: “Zacchèo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua”. Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia.».

Lc 19, 1-6


Come vivere questa Parola?

Prima di entrare nella meditazione del testo lucano, diamo uno sguardo rapido alla figura di Zacchèo. É un personaggio "minore" – se così possiamo dire – del Vangelo. Non è un apostolo e non fa parte nemmeno del gruppo dei discepoli del Signore. È un pubblicano e peccatore, che appare e scompare nel giro di pochi versetti. Eppure rimane di lui un'immagine viva ed inedita, che raccoglie le simpatie di tutti i lettori. Piace molto ai ragazzi per la sua aria sbarazzina di monello che s'arrampica sull'albero a sbirciare senza essere visto, ma piace anche ai grandi per la sua determinatezza e per il suo coraggio eroico. Ha un fisico piccolo, eppure è di grande statura morale, perché dimostra all'uomo di tutti i tempi la possibilità di cambiare vita. Zacchèo, un piccolo grande uomo, che non si può dimenticare più e che diviene il nostro modello per andare incontro a Gesù di Nazaret.

Gesù snida Zacchèo dall’albero in due modi: anzitutto con il suo sguardo e poi con la sua Parola. "Gesù alzò lo sguardo (a Zacchèo)". Lo sguardo divino di Gesù è il primo elemento di comunicazione usato peril pubblicano. Gesù lo ha guardato con occhi divini e penetranti, come solo Lui sapeva fare. Quello sguardo profondo, luminoso, dolce e forte lo ha penetrato fino in fondo all'anima e lo ha scosso intimamente. Poi la Parola del Signore: Gesù gli disse: «Gesù gli disse: Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi casa tua. La prima parola di Gesù è "Zacchèo", il nome proprio, quello che indica una persona e la contraddistingue da un'altra. Zaccheo si sente guardato e chiamato per nome, conosciuto personalmente nella sua identità più vera e profonda. Tutti gli altri, come abbiamo detto più sopra, lo avevano segnato a dito con un'etichetta. Egli era per loro solo e sempre l'arcipubblicano "quello là". Chiamato per nome, Zaccheo è posto nella condizione di rispondere, di entrare in dialogo con Gesù, da persona a persona. La seconda parola è un imperativo: "Scendi in fretta!". Gesù snida Zaccheo dal suo nascondiglio per metterlo allo scoperto, lo invita a fare quel passo che non voleva o non poteva fare da solo. Se prima Gesù s'era avvicinato a Zaccheo fin sotto l'albero, tocca ora a Zaccheo avvicinarsi a Gesù. É la logica del dialogo e dell’incontro!

Ambrogio, nel suo commento al vangelo di Luca, usa un'immagine delicatissima: Gesù scorge tra il fogliame dell'albero un frutto maturo e lo coglie amorevolmente con le sue mani.



La voce di S. Ambrogio di Milano

"Zaccheo sta sul sicomoro: è un nuovo frutto della stagione nuova"

S.Ambrogio, Commento al vangelo di Luca VIII, 90.



Commento di Don Ferdinando Bergamelli SDB
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Mercoledì 22 novembre 2017 – XXXIII Settimana del Tempo Ordinario Cecilia, vergine e martire (m)

DALLA PAROLA DEL GIORNO

«In quei giorni ci fu il caso di sette fratelli che, presi insieme alla loro madre, furono costretti dal re, a forza di flagelli e nerbate, a cibarsi di carni suine proibite. Soprattutto la madre era ammirevole e degna di gloriosa memoria, perché, vedendo morire sette figli in un solo giorno, sopportava tutto serenamente per le speranze poste nel Signore. Esortava ciascuno di loro nella lingua dei padri, piena di nobili sentimenti e, temprando la tenerezza femminile con un coraggio virile, diceva (al più giovane): “Figlio, abbi pietà di me, che ti ho portato in seno nove mesi, che ti ho allattato per tre anni, ti ho allevato, ti ho condotto a questa età e ti ho dato il nutrimento. Ti scongiuro, figlio, contempla il cielo e la terra, osserva quanto vi è in essi e sappi che Dio li ha fatti non da cose preesistenti; tale è anche l’origine del genere umano. Non temere questo carnefice, ma, mostrandoti degno dei tuoi fratelli, accetta la morte, perché io ti possa riavere insieme con i tuoi fratelli nel giorno della misericordia”».

2Mac. 7, 1; 20-21; 27-29



Come vivere questa Parola?



Questa volta mi soffermerò brevemente sulla prima lettura del giorno, tratta dal secondo libro dei Maccabei e riportata riassuntivamente più sopra. Per un duplice motivo: primo, per evitare ripetizioni noiose, giacché il Vangelo odierno di Luca è l’identica versione, con poche varianti, di quella già meditata nel Vangelo di Matteo domenica scorsa (a cui rimandiamo); secondo, perché questo bel libro della sacra Scrittura è raramente citato dalla liturgia e poco conosciuto.

Ci troviamo come spettatori immersi in una scena di martirio cruento di sette fratelli e della loro eroica madre, ove il protagonista non è il crudele tiranno di quel tempo, ma la voce alta della fede di Israele, che per la prima volta proclama ad alta voce la certezza della risurrezione e della vita eterna che verrà consegnata ai martiri. Il periodo storico è quello del dominio del re Antioco IV Epifane (175-164 a. C.) che mirava a estendere il culto delle divinità greche anche nella popolazione giudaica. Fu questo un momento terribile di persecuzione per tutti gli osservanti del culto ebraico e della Legge, secondo la tradizione dei padri, e che si opponevano con tutte le forze al processo di ellenizzazione pagana, sistematicamente perseguito dai dominatori del tempo, i Seleucidi. Ben presto questi racconti edificanti divennero un modello molto seguito per i successivi atti dei martiri e contribuirono a infondere coraggio e forza ai perseguitati.

Il brano che leggiamo si sofferma sulle affermazioni tenere e commoventi della madre dei fratelli maccabei di fronte all’ultimo figlio più giovane che sta per essere trucidato: “Non temere questo carnefice, ma, mostrandoti degno dei tuoi fratelli, accetta la morte, perché io ti possa riavere insieme con i tuoi fratelli nel giorno della misericordia”.

Testi come questi ritornano oggi di bruciante attualità anche per noi cristiani del terzo millennio!



La voce di un Autore spirituale del nostro tempo

“Riaccendi nel nostro cuore il tuo folle amore per il rischio, la tua incrollabile fiducia nella vita. Ridonaci la passione per la vera vita dell’uomo, l’ardimento di anteporre a tutto il compimento del tuo amore”.

VANNUCCI, La vita senza fine, Milano 1985), p. 221



Commento di Don Ferdinando Bergamelli SDB
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23/11/2017 07.48

Giovedì 23 novembre 2017 – XXXIII settimana del Tempo Ordinario - Clemente I, Papa e Martire (m)

DALLA PAROLA DEL GIORNO

«Gesù, quando fu vicino a Gerusalemme, alla vista della città pianse su di essa dicendo: “Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, quello che porta alla pace! Ma ora è stato nascosto ai tuoi occhi. Pe te verranno giorni in cui i tuoi nemici ti circonderanno di trincee, ti assedieranno e ti stringeranno da ogni parte; distruggeranno te e i tuoi figli dentro di te e non lasceranno in te pietra su pietra, perché non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata».

Lc 19, 41-44


Come vivere questa Parola?

Luca nel Vangelo odierno ci presenta Gesù in cammino verso Gerusalemme, ove presto si compirà il suo mistero di passione, morte e risurrezione. Contemplando dall’alto il panorama della città (vedi il famoso Dominus flevit dei luoghi santi di Palestina), Gesù si commuove e scoppia in un pianto dirotto. Questo pianto del Signore sulla sua città è sconvolgente e ci lascia pensosi e turbati! Perché queste lacrime dell’Uomo-Dio? Esse rappresentano l’estremo appello profetico di Gesù alla conversione. Quella di Gesù è l’ultima “visita” del Signore al suo popolo, una venuta che potrebbe portare la pace e la salvezza definitiva, secondo le Scritture e i Profeti. Ma di fronte alla cecità e al rifiuto ostinato di Gerusalemme, a causa dei suoi rappresentanti, non resta che l’annuncio della rovina.

La redazione definitiva del testo lucano può essere stata influenzata anche dagli avvenimenti storici del 70 d, C., culminati con l’assedio e la caduta della città di Gerusalemme e del tempio ad opera degli imperatori Vespasiano e Tito. La città è stata cieca e non ha compreso e afferrato l’occasione propizia: «quello che porta alla pace è stato nascosto ai tuoi occhi». La forma passiva usata (passivo teologico) non attribuisce però a Dio la colpa della propria cecità. Significa invece che essa è colpevole e inevitabile, e di fronte ad essa Gesù non può fare nulla, perché è impotente di fronte al libero rifiuto dell’uomo. Non gli rimane che piangere!...

Rifiutare Gesù è rifiutare la «visita» di Dio, l’estrema occasione propizia che non bisogna lasciar passare invano. Questa occasione è indicata come «quello che porta alla pace», tutto il contrario di quello che poi accadrà realmente. Rifiutare Gesù è rifiutare la pace! Questo termine (shalom) nella Bibbia assume sempre un significato globale e onnicomprensivo, e comprende tutto ciò di cui l’uomo ha bisogno per una vita buona e bella.

Concludo con un invito accorato: chiediamo al Signore, con una preghiera intensa e prolungata, che cessino le guerre attualmente in corso in questo terzo millennio in tante parti del mondo e che i responsabili delle nazioni siano uomini coraggiosi e aperti ad accogliere la «visita» di Gesù Re della Pace, prima che sia troppo tardi. Almeno le lacrime dell’Emanuele ci convincano più del timore dei suoi castighi!

La voce della Bibbia

«Chiedete pace per Gerusalemme:

vivano sicuri quelli che ti amano;

sia pace nelle tue mura,

sicurezza nei tuoi palazzi.

Per i miei fratelli e i mei amici

Io dirò: “Su di te sia pace!”

Per la casa del Signore nostro Dio,

chiederò per te il bene».

Sal 121.



Commento di Don Ferdinando Bergamelli SDB
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